Visca La Republicca!
Acollona veure’s a les pàgines de cultura del diari La Republicca. Aquest dimecres participaré al Día Negro de la Universitat de Milà, en una xerrada amb d’altres autors del gènere policíac. Com de costum la crònica seran quatre fotos i poca lletra, com a molt.
Il poliziotto un po’ pistolero nella mente della serial killer
Lo spagnolo Marc Pastor, agente della scientifica, ha scritto “La maledetta”. Una storia nera ambientata nella Barcellona di un secolo fa. Dove una donna rapisce e uccide bambini. E uno sbirro cerca e scopre quello che non vorrebbe
di SILVANA MAZZOCCHI
Marc Pastor
NELL’INTRECCIO ormai abituale tra finzione e realtà, dopo i legal thriller raccontati da valenti avvocati e i gialli e noir che portano la firma di magistrati spesso abilissimi anche nell’inventare fiction di qualità, è ora il turno dei poliziotti, più o meno somiglianti a quegli agenti della scientifica che da protagonisti hanno già catturato eserciti di telespettatori negli Usa e in casa nostra. E’ in parte il caso dello scrittore spagnolo Marc Pastor, un agente della polizia scientifica di Mossos d’Esquadra che ha scelto di volgere lo sguardo al passato e che, dopo aver scritto nel 2007 Montecristo, romanzo di belliche avventure, è ora autore di La maledetta (Giano editore), storia nera ambientata nella Barcellona di un secolo fa.
Pastor pesca nella sua esperienza professionale e in ciò che ha intuito delle menti criminali, disegnando identikit. E ne fa tesoro per raccontare la storia vera di Enriqueta Martì Ripollès, una serial killer che rapisce e uccide bambini che nessuno cerca perché figli di prostitute invisibili per la giustizia; una “vampira” spalleggiata da una corte dei miracoli fatta di orfani impauriti e di mariti e amanti succubi e amorali, in una città turbolenta e crudele dove poveri e ricchi si sfiorano, senza mai incontrarsi davvero.
Regista della storia è l’ispettore Moisès Corvo, gigante abituato a frequentare bordelli e luoghi malfamati, arrogante e sarcastico, ma che appare l’eroe buono quando irrompe da giustiziere negli eleganti casinò cittadini per scoprire i traffici che ruotano intorno allo sfruttamento dei minori. E che non molla, a dispetto del suo capo che lo vorrebbe tener fuori da quelle indagini rivelatrici dei vizi nascosti delle classi abbienti, mentre lo esorta a dare la caccia agli anarchici, veri “sovvertitori” dell’ordine sociale.
E’ un thriller originale e riuscito quello scritto da Marc Pastor, che si discosta dall’attualità per scandagliare altre epoche e altri scenari (neanche poi così estranei ai tempi che corrono), con personaggi disegnati in modo da colpire cuore e immaginazione e con un linguaggio sontuoso che ben si adatta a fotografare la Barcellona oscura di un secolo fa. Una città di “maschere e menzogne” dove la vampira che fa sparire i bambini si avvale del silenzio interessato dei potenti, corrotti e depravati. Dove i vertici della polizia tacciono e depistano e dove, a dare una mano all’ispettore Corvo e al suo amico e collega Maesano, c’è solo un sedicente dottore austriaco che studia i cadaveri per difendersi da se stesso.
Con La maledetta Marc Pastor ha vinto in Spagna il prestigioso premio Prims de Tinta.
Una storia (vera) di cento anni fa per un poliziotto di oggi?
“Nel corso degli studi di Criminologia, 10 anni fa, capii di voler scrivere un romanzo su tutte le teorie che stavo studiando. Volevo parlare di frenologia, sovrappopolamento urbano, profili criminali, impronte digitali… Ma mi mancava una storia. Qualche anno dopo, quando cominciai a lavorare con casi veri, misi a fuoco il mio progetto. Volevo raccontare di un’indagine di polizia e come, spesso, questa possa scontrarsi con teorie o idee preconcette. Continuava però a mancarmi la storia. Alla fine, nel 2004, ascoltai per caso alla radio una trasmissione sul caso della Vampira di Barcellona. Affascinante. Una serial killer, nel 1912, nella mia città! Una novità per me, non ne avevo mai sentito nulla. Grazie alla radio e a vecchi giornali sui quali mi documentai, appresi l’esistenza di una donna che rapiva bambini per prostituirli e che uccideva alcuni di loro per utilizzarne il sangue per produrne medicine e unguenti da vendere alle depravate classi abbienti. Ecco la mia storia. Avevo l’opportunità di scrivere un romanzo su di un’indagine di polizia, ma ambientata in un’altra epoca e in un contesto decisamente più turbolento. Sono riuscito a prendere la necessaria distanza psicologica dai personaggi veri e questa è una delle ragioni per cui non scrivo di casi di attualità - le vittime soffrono e a me sembra di tradirle, raccontando il loro dolore. penso dunque sia più facile e etico proiettare il tutto sul passato”.
Lei è un detective della scientifica che disegna volti di stupratori e assassini. Che cosa mette del suo lavoro nei suoi romanzi?
“Fortunatamente mi piace il mio lavoro. E lo amo. I cinque (quasi sei) anni durante i quali ho ritratto omicidi, stupratori e rapinatori mi hanno insegnato di più sulla condizione umana di tutto il tempo trascorso a studiare psicologia, sociologia e medicina all’università. Disegnare volti per la polizia mi permette di incontrare persone in situazioni estreme. Posso parlar loro e capire quanto sia forte l’essere umano (non sappiamo mai fino a che punto possiamo sopportare, finché non lo sperimentiamo). Vedo l’orrore e la sopravvivenza e, tra di loro, un ampio spettro di comportamenti. Ovviamente tutto ciò mi aiuta a scrivere. Molto. Per me, il lavoro che faccio è un piacere e uno stimolo. Ho bisogno di spiegare come funzionano le nostre menti. Ecco perché interiorizzo tutto ciò che vedo sul lavoro, raduno e frullo tutte le esperienze. Cosicché, poi, nell’atto della scrittura, non parlo dei singoli casi specifici, ma del comportamento che ho sperimentato e che merita un’analisi. Nel caso de La maledetta, ad esempio, ci sono molti legami con il caso di un serial killer che, a Barcellona, ha assassinato diversi anziani nell’estate in cui mi stavo documentando per scrivere il romanzo. Non scrissi nulla che riguardava quel caso, ma tentati di riportare fedelmente la sensazione di impotenza e frustrazione che spesso si prova nel corso di un’indagine”.
Moises Corvo, il poliziotto che conduce le indagini in La maledetta, le somiglia in qualche modo?
“Certo che no! Moses Corvo è l’unione di personaggi iconici che, alla fine, hanno definito la sua personalità. Avevo bisogno di un poliziotto degli inizi del XX secolo, con tutto quello che ciò comportava. Avevo bisogno di qualcuno che si comportasse come voleva quell’epoca. Erano tempi violenti quelli, li ho sempre considerati un equivalente del Far West. Quindi, avevo bisogno di un cowboy. E’ così che si doveva comportare il mio poliziotto. Il pistolero senza nome della trilogia di Sergio Leone è il paragone più consono. Il secondo riferimento è un personaggio di Clint Eastwood: Dirty Hany, decisamente arrogante. Per quanto riguarda il suo modo di parlare, cerco di essere sarcastico come il miglior Doctor House. Dal punto di vista fisico, invece, ho sempre immaginato Corvo come Vincent Price, in tutti i film che ha fatto con Roger Corman sull’opera di Edgar Allan Poe, alla quale questo romanzo vuole essere un tributo”.